Ulivi morti che rinascono: il mistero della Xylella nel Salento, tredici anni dopo

Ulivi morti che rinascono: il mistero della Xylella nel Salento, tredici anni dopo

20 Agosto 2026 0 Di Mario

Tredici anni dopo la scoperta a Gallipoli, la Xylella ha cambiato per sempre il paesaggio del Salento: 2,6 milioni di ulivi estirpati, 132 milioni di euro l’anno di danno stimato. Ma dal 2025 in alcune campagne salentine sta succedendo qualcosa che nessuno sa ancora spiegare del tutto.

Nel 2013, in un uliveto vicino Gallipoli, alcuni alberi secolari cominciarono a seccare senza una ragione apparente. Oggi sappiamo che quella fu la prima diagnosi ufficiale della Xylella fastidiosa in Italia — un batterio mai visto prima nel nostro Paese, arrivato probabilmente con piante ornamentali importate dal Centro America. Non è passato un decennio: sono passati tredici anni, e il Salento non ha più lo stesso volto.

Cosa è successo in tredici anni

Il batterio si diffonde attraverso un piccolo insetto, la sputacchina, e blocca il flusso di linfa nella pianta: l’ulivo secca dalla chioma verso il basso, in modo lento e apparentemente inarrestabile. Contro un’epidemia che non aveva precedenti in Europa, la strategia adottata è stata l’estirpazione: si tagliano gli alberi malati per rallentare il contagio.

2,6 mln
ulivi estirpati in Puglia
132 mln €
di redditività persa ogni anno
40%
del territorio pugliese coinvolto
1 mln+
ore di lavoro perse ogni anno

I numeri arrivano da uno studio dell’Università di Bari e sono, ancora oggi, il modo più onesto per capire la dimensione del danno: non solo piante, ma reddito agricolo e occupazione in un territorio che sull’olivicoltura ha costruito parte della sua identità. Sono stati fatti oltre 1,4 milioni di campionamenti per mappare la diffusione del batterio, e lo Stato ha stanziato 300 milioni di euro con il cosiddetto Decreto Centinaio — ma la macchina del reimpianto si è mossa piano: delle 9.000 domande presentate dagli agricoltori, solo 440 sono state evase completamente.

Il mistero della ripresa

Ed è qui che, dal 2025, iniziano ad arrivare le notizie che nessuno si aspettava. In diverse zone della provincia di Lecce — Parabita, Alezio, Tiggiano, Sannicola, e nella fascia tra Galatone e Collepasso — alcuni ulivi dati ormai per spacciati hanno ricominciato a mettere foglie verdi e a produrre olive. Non sono guariti: il batterio è ancora lì. Ma la pianta ha trovato il modo di continuare a vivere e a dare frutti nonostante l’infezione.

Nessuno sa ancora spiegarlo con certezza. Ricercatori come Donato Boscia (CNR), Francesco Paolo Fanizzi (Università del Salento) e Vincenzo Verrastro (CIHEAM di Bari) stanno studiando il fenomeno insieme agli agricoltori che lo hanno documentato per primi sul campo. Alcuni lo collegano a trattamenti con rame, zinco o acido citrico; altri alla riduzione naturale della sputacchina, l’insetto che trasmette il batterio. Verrastro è netto: “non esiste un nesso di causa-effetto dimostrabile con cure o trattamenti particolari” — è resilienza, non guarigione, e per ora resta più una domanda aperta che una risposta.

Nel Basso Salento, da Brindisi in giù, chi segue gli uliveti da anni racconta che i nuovi disseccamenti sono diventati più rari e meno gravi rispetto al picco dell’epidemia. Non è ancora una tregua dichiarata, ma è la prima volta in tredici anni che il trend sembra rallentare invece che peggiorare.

Le cultivar che resistono, e chi sta ripiantando

Nel frattempo, la ricerca ha individuato varietà di ulivo che convivono meglio con il batterio, e che oggi sono le uniche autorizzate per i nuovi impianti nelle zone infette:

  • Leccino — la più diffusa fra le varietà tolleranti, già coltivata in tutta Italia
  • FS-17 (Favolosa) — selezionata apposta per la resistenza alla Xylella
  • Lecciana — fra le ultime cultivar autorizzate al reimpianto
  • Leccio del Corno — la stessa famiglia, con caratteristiche proprie

Su questa base sono nati progetti di rimboschimento come OlivaMi, che con il sostegno di Mapei ha messo a dimora 1.500 nuovi ulivi resistenti nelle campagne salentine. Al campo sperimentale di Ugento, un progetto legato a Filippo Berio e Save The Olives va oltre: incrocia genotipi selezionati proprio per la risposta al batterio con cultivar che hanno già caratteristiche produttive interessanti, nel tentativo di costruire l’ulivo salentino di domani invece di limitarsi a sostituire quello di ieri.

Cosa resta, tredici anni dopo

Il paesaggio che si vede ancora oggi guidando nell’entroterra salentino — tronchi argentati e spogli accanto a chiome che tornano verdi — è la fotografia più fedele di questa storia: non un disastro chiuso, e nemmeno una guarigione. Una convivenza forzata con un batterio che non se n’è andato, in un territorio che ha imparato, poco alla volta, a non arrendersi.

Fonti: studio dell’Università di Bari sull’impatto economico della Xylella fastidiosa (via Olivo e Olio/Edagricole); Il Post, 20 gennaio 2026, sulla ripresa vegetativa osservata nel Salento; progetto OlivaMi e campo sperimentale di Ugento (Filippo Berio, Save The Olives).